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"Non possedere
qualcosa che si desidera

è parte essenziale della felicità"


mercoledì 11 maggio 2016

film taxi teheran

Il film Taxi Teheran non era piaciuto a certi amici.
Può non piacere, se lo si giudica su aspettative di film classico.  E non si può neanche definirlo un documentario, un docu-film.
Ma è un gesto politico interessante.
Un escamotage per fregare il potere la dittatura la censura.
Da parte di un uomo che è stato condannato al carcere per aver diffuso le sue idee.
Per noi che guardiamo uno spaccato di vita, uno sguardo curioso su una società di cui non sappiamo quasi nulla.
L'escamotage consiste che avendo la proibizione assoluta di girare pubblicamente delle riprese,
lui monta una cinepresa su un taxi, e fingendosi taxista, riprende tutto ciò che si può riprendere da bordo di una auto. Cioè molto cioè quasi tutto.
Il film diventa interessantissimo. Anche se non è un film.
E la fine geniale. Cioè proprio come far finire il film che è poi la spiegazione di una frase becera
di una proibizione becera del regime : "non riprendere il realismo sordido".
Così il film finisce su una scena di sordido realismo.
In aperta ribellione, così come tutta la trovata delle riprese, del film.

Lui, il regista, si chiama Jafar Panahi. Premiato con l'Orso d'Oro al Festival di Berlino del 2015.

Ovviamente non si vede già più in giro.

1 commento:

antonypoe ha detto...

ne avevo sentito parlare alla radio e mi era parso interessante. ciao